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‘Ndrangheta. Il profilo criminale di Antonio Pelle

Pubblicato in Cronaca, Primo Piano da newz: venerdì, 12 giugno 2009 – 23:54 Stampa questo articolo
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Antonio Pelle

Antonio Pelle

Reggio Calabria. Dall’anonima sequestri ai traffici internazionali di droga, una carriera criminale di primissimo piano, quella di Antonio Pelle, conosciuto altrimenti come “Ntoni gambazza”, che negli anni ha costruito attorno a sè l’alone di leader attraverso una fruttuosa politica di consolidamento dei rapporti con gli altri esponenti di spicco della ‘ndrangheta di San Luca, primi fra tutti Sebastiano Romeo “staccu”, al quale è legato da vincoli di “comparato”.
Il latitante catturato questa mattina dai carabinieri del Ros nell’Ospedale di Polistena è nato il primo marzo del 1932 a San Luca. Durante la giovinezza versa in condizioni di estrema miseria, quarto di sette figli, nasce da una famiglia di umilissime condizioni. La sua carriera criminale inizia negli anni sessanta. Analfabeta, il giovane pastore comincerà a farsi strada tra le montagne circostanti San Luca, Platì e Natile di Careri, diventando profondo conoscitore di quella zona (dove più tardi trascorrerà sette anni di latitanza). Inizierà così, negli anni, a collezionare una serie di reati come detenzione e porto abusivo di pistola, furto aggravato, tentato omicidio, omicidio, associazione per delinquere. Nel 1957 viene assolto, per insufficienza di prove, dal reato di furto aggravato. Nel 1958 gli sparano alcuni colpi d’arma da fuoco alle gambe. Nel 1959 ancora un’assoluzione, con formula dubitativa, pronunciata dal pretore di Bianco, questa volta l’imputazione era di detenzione di arma comune da sparo. L’anno successivo, però, il porto di un coltello di genere vietato gli costa una condanna. Ben più grave l’accusa di omicidio, tentato omicidio e associazione per delinquere, con la quale viene arrestato nel 1961. Scarcerato per decorrenza dei termini nel 1970, l’anno seguente la Corte di Appello di Catanzaro emette un ordine di carcerazione per una pena residua di 11 anni 11 mesi e 11 giorni. L’uomo si dà alla latitanza per non scontare la pena, rimane alla macchia fino al 22 novembre 1977, quando viene arrestato dai carabinieri di Ardore.
Su di lui cala il silenzio, fino al 1989, quando viene denunciato dalla Squadra Mobile di Vicenza per associazione per delinquere finalizzata alla commissione di sequestri di persona. Solo qualche mese dopo anche la Squadra Mobile di Locri lo denuncia per lo stesso reato, questa volta però il suo nome figura insieme con altre 49 persone, fra le quali Sebastiano Romeo “u staccu” e Giuseppe Morabito “tiradrittu”, Pasquale Barbaro “u castanu”, Giuseppe Calabrò, Giovanni Pizzata, Domenico, Francesco e Giuseppe Strangio. Ancora nel 1989 un altro ordine di arresto per associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio di somme provenienti da sequestri di persona, emesso dalla Procura della Repubblica di Locri nei confronti di Pelle e di altre 22 persone, tra cui suo figlio Giuseppe. Sono nove i sequestri cui l’ipotesi di riciclaggio dei riscatti si riferisce: Cesare Casella, Carlo Celadon, Cuzzocrea, Del Tongo, Bulgari, Armellini, Brusin, Isoardi, Cesana.
Annata nera, il 1989, dai carabinieri della Compagnia di Bianco arriva un’altra denuncia, anche questa volta insieme con 22 persone, per associazione per delinquere di stampo mafioso.
Pelle e i figli nel frattempo hanno accumulato un patrimonio di oltre un miliardo e mezzo di lire; circostanza che non sfugge al Questore di Reggio Calabria che nel 1990 propone il sequestro di beni mobili e immobili. Gli affari abbracciano il traffico, anche internazionale, di armi e stupefacenti, attività che nel 1992 gli vale, insieme con altre 15 persone, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Accusati con lui ci sono personaggi del calibro di Francesco Nirta (classe 1921), Bruno Nirta (classe 1958), Giuseppe Morabito “tiradritto”, Rocco e Antonio Papalia, Francesco Strangio “barbaro”. Nel corso di quella indagine, “Ntoni gambazza” e il “tiradritto” vengono fotografati e filmati nel 1988 in un bar di Buccinasco, il “Lyon”, in compagnia dei fratelli Papalia, ai quali Giuseppe Morabito consegna un pacco contenente 340 milioni di lire da destinare all’acquisto di sostanze stupefacenti. Intanto, torniamo al 1991, arriva la decisione sul sequestro dei beni, il Tribunale di Reggio Calabria – Misure di Prevenzione, gli toglie i beni nella sua disponibilità. Il decreto di sequestro parla di elementi indizianti che comprovano l’inserimento di Antonio Pelle nella malavita organizzata predominante a San Luca.
Nel 1993, con l’operazione Zagara, scaturita dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (primo fra tutti Vittorio Ierinò, capo della gang che sequestrò Roberta Ghidini), il gip di Reggio Calabria emette a suo carico un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. I collaboratori Barreca e Lauro lo descrivono come componente della “cupola provinciale” della ‘ndrangheta. Nell’ambito dell’operazione Zagara è accusato di essere uno dei massimi esponenti della criminalità organizzata, in grado di intessere rapporti con le famiglie mafiose di Locri, Platì, Africo, e dell’intera provincia reggina. Emerge sempre nel corso di quella operazione, dalle dichiarazioni di Vittorio Ierinò, l’esistenza di “un’unica entità criminale” formata dalle famiglie mafiose che avevano dato vita all’”Anonima sequestri dell’Aspromonte”.
La definitiva morte della ‘ndrangheta arcaica, dopo la stagione dei sequestri di persona, è segnata dall’entrata nel grande business della droga. Secondo il collaboratore Barreca, che parla delle importazioni di stupefacenti commissionate dalle cosche riunite, spiega che il finanziamento degli ingenti quantitativi di droga erano stati i proventi dei sequestri di persona. Da allora, il business degli stupefacenti, ormai in grado di autofinanziarsi, ha permesso alle cosche di abbandonare i sequestri, e con essi l’attenzione mediatica e gli occhi della Nazione puntati sull’Aspromonte. Su Antonio Pelle, però, sono rimasti ben puntati gli occhi dei carabinieri del Ros.

Fabio Papalia

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