“Il mistero di Giorgione” è il tema dell’incontro promosso dall’Associazione Culturale Anassilaos che si terrà sabato 30 gennaio alle ore 18,00 presso la Sala di San Giorgio al Corso con il quale il sodalizio inaugura le manifestazioni dedicate all’arte figurativa. Tale incontro sostituisce quello già annunciato dedicato al Giudizio Universale di Michelangelo che si svolgerà il 6 febbraio prossimo. A cinquecento anni dalla morte (1510), nonostante le recenti messe a punto degli studiosi in occasione della importante mostra tutt’ora in svolgimento a Castelfranco Veneto, città natale dell’artista, Giorgione o meglio Zorzone e Zorzi, alla veneta, (secondo Vasari il nome gli derivò dalla grandezza della persona “Questi fu Giorgio… dalle fattezze della persona e da la grandezza de l’animo, chiamato poi col tempo Giorgione) continua a costituire un rompicapo per gli studiosi sia per la mancanza di sicuri documenti sia per la difficoltà di interpretare, sul piano iconologico, le poche opere che sicuramente possono essere attribuite all’artista. Nato nel 1477 o 1478 – la confusione è già in Vasari, il suo più importante biografo, che nelle due edizioni delle Vite, la torrentina e la giuntina, annota le diverse date, e morto di peste nel 1510, come si ricava dalla risposta di Taddeo Albano (7 novembre 1510) a Isabella d’Este, marchesa di Ferrara che gli chiedeva una “nocte” di Giorgione (25 ottobre 1510) “A che rispondo che ditto Zorzo morì da peste” , Giorgione è uno dei maestri della “maniera moderna”, come scrive il Vasari, che gli riconosce un ruolo specifico accanto a maestri quali Leonardo, Raffaello e Michelangelo. Allievo di Giovanni Bellini, uno dei padri nobili della pittura veneta del Quattrocento, maestro forse di Sebastiano del Piombo e Tiziano, quest’ultimo anche rivale, Giorgione operò in una Venezia che tra la fine del XV secolo e gli inizi del successivo era ricca di stimoli culturali, grazie a studiosi e poeti quali Pietro Bembo, autore di quegli Asolani in forma di dialogo nei quali venivano dibattuti temi d’amore, per una società colta e cortese (ad Asolo Caterina Cornaro, ex regina di Cipro, teneva la sua corte), che si dilettava di musica. Lo stesso Giorgione, secondo Vasari, amava il suono del liuto “egli sonava e cantava nel suo tempo tanto divinamente, che egli era spesso per quello adoperato a diverse musiche e ragunate di persone nobili”. Non mancavano gli stimoli artistici per la presenza, nelle collezioni private venete, di opere di artisti “ponentini”, cioè fiamminghi (Bosch, Memlinc, Weyden) e di un artista tedesco destinato a grande futura fama come Durer che a Venezia sostò nel 1495 e, più a lungo, nel 1507/1508. Nel marzo del 1500 poi giunge a Venezia Leonardo da Vinci che esercitò su Giorgione una influenza decisiva bel rimarcata dal Vasari “Aveva veduto Giorgione alcune cose di mano di Lionardo,molto fumeggiate e cacciate, come si è detto, terribilmente di scuro. E questa maniera gli piacque tanto che mentre visse sempre andò dietro a quella, e nel colorito a olio la imitò grandemente”. Questo il milieu nel quale l’artista crebbe lavorando per i suoi amici nobili che ne condividevano gli ideali, ne apprezzavano e collezionavano le opere. Marcantonio Michiel, uno di questi amici, in un’opera riscoperta nell’Ottocento “Notizia di opere di disegno” descrive le case dei più nobili cittadini di Venezia e ci offre notizie preziose su numerose tele di Giorgione che non amava le committenze pubbliche, a parte gli affreschi del Fondaco dei Tedeschi ricostruito dal governo veneto dopo l’incendio del 1504, sia laiche che religiose. Oltre alla celebre Pala di Castelfranco, commissionata peraltro da un privato, non si conoscono di Giorgione opere pubbliche di carattere religioso che non siano i piccoli quadri di devozione privata. “Lavorò in Venezia nel suo principio molti quadri di Nostre Donne et altri ritratti di naturale” scrive Vasari. Il nostro artista lavorò dunque per un ristretto gruppo di persone raffinate e colte e ciò spiega anche la difficoltà che i moderni esegeti incontrano nell’interpretare talune tele che si presentano enigmatiche come La Tempesta o i Tre filosofi o la Laura sicuramente autografe. La scomparsa di gran parte degli affreschi (del Fondaco esiste solo un frammento) eseguiti all’esterno sulle facciate di palazzi privati e pubblici (il Fondaco) e quindi cancellati dalla salsedine e dalle intemperie, per i quali Giorgione era rinomato ai suoi tempi, impedisce di cogliere appieno l’evoluzione della sua arte che dovette essere notevole. Vasari scrive che nel Fondaco “Giorgione non pensò se non a farvi figure a sua fantasia” e aggiunge che l’artista realizzò “ pezzi di figure molto ben fatte e colorite vivacissimamente” e quindi, aggiungeremo noi, lontane dalle tele delicate e quasi trasognate dei primi anni. Una trasformazione che non ci è dato di cogliere se non da alcune tele a lui attribuite in maniera dubbiosa che risalirebbero agli ultimi anni della sua vita. Il mistero dunque continua. L’incontro prevede l’introduzione della Prof.ssa Gloria Oliveti, responsabile Anassilaos Arte e la proiezione di un video realizzato da Giacomo Marcianò mentre Stefano Iorfida analizzerà il materiale documentale conosciuto per ricostruire la figura di Giorgione.
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