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Ciclismo. Un anno fa la tragedia di Lamezia Terme, oggi è tutto come allora

Reggio Calabria. Il clima del 5 dicembre 2010, tutto sommato, era simile a quello odierno. Una giornata ideale, a dispetto della stagione, per inforcare la bici e macinare chilometri dopo una settimana di lavoro. Quando chiamò l’amico Francesco, a Lamezia insieme ai vertici regionali della Federazione ciclistica italiana per le premiazioni di fine stagione, eravamo sui pedali anche noi. Ma il 5 dicembre di un anno fa è anche una giornata di cause che si sono incrociate, sommate, e hanno restituito una tragedia.
Mancano all’appello otto ciclisti, razza speciale tra il più comune genere umano. Razza di appassionati che potrebbero stare comodi a dormire nei week end, e invece sono spinti dalla passione che li fa svegliare all’alba e salire su un mezzo che diventa sudario di fatiche. Nessuno, se non i familiari e gli amici più intimi, può spiegare le ragioni che hanno portato a Lamezia Terme 8 amanti della bicicletta a uscire anche quel 5 dicembre 2010. Men che meno abbiamo la presunzione di volerlo spiegare noi.
Quel che vorremmo analizzare e provare a dare una risposta, è l’insieme di cause che hanno portato al consumarsi di una tragedia. Potremmo sbrigarla semplicemente come un problema di sicurezza stradale, ma è qualcosa di più specifico. C’è quella follia di chi scambia le strade per un circuito, con l’aggravante dell’incapacità di gestire situazioni d’emergenza, create con il proprio comportamento scellerato. C’è l’assenza totale di un interesse pubblico verso un esercito di persone che sempre più numerose si convertono alla bici per i propri spostamenti, vuoi perché la crisi ti porta a limitare l’utilizzo dell’auto, vuoi perché capisci che, in fondo, può essere più rapido e appagante muoversi con l’aria in faccia. Ci sono le strade, e bontà loro possono far poco per assecondare le necessità dei ciclisti, visto che spetterebbe ad altri mantenerle in ordine e non lasciarle a campi minati, su cui muoversi schivando, quando va bene buche, se non voragini pronte a inghiottirti.
In trecentosessantacinque giorni altri incidenti hanno rimpinguato la statistica di chi, in bici, è finito sotto un’auto, un bus, uscendone nei casi migliori con diverse fratture. Eppure, rileggendo i commenti di un anno fa sembrava che potesse iniziare un cambiamento, un processo virtuoso che andasse a rendere la strada, se non “amica” di chi va in bici, almeno indifferente. E invece continua a essere un camposanto.
E’ intervenuta anche una sentenza a stabilire le responsabilità e colpe di Chafik El Ketani, autore dello strike che ha ucciso Vinicio Poppin, Fortunato Bernardi, Pasqualino De Luca, Domenico Palazzo, Rosario Perri, Giovanni Cannizzaro, Franco Strangis e Domenico Strangis.
Non ha certo dato conforto alle famiglie delle vittime, perché 8 anni di reclusione appaiono una beffa, più che una sentenza esemplare. Certo, il diritto è cosa seria e diversa dalle emozioni, ma valutare l’uccisione di otto persone con una pena che coincide numericamente a un anno di reclusione per ogni ciclista, sembra un accanimento sul dolore di chi resta. C’è chi ha invocato il reato di omicidio stradale: sarebbe una soluzione. Ma il timore è quello che resti una proposta, una reazione al momento, come furono reazioni al momento quelle raccolte un anno fa, senza che oggi si abbia alcun riscontro di quelle “promesse”. Un traguardo volante (=premi) del Giro d’Italia e del Challenge Calabria non servono a nulla, perché concretamente non aiutano nessuno tra quelli che pedalano.
Semmai, aiuterebbero alcuni interventi per creare spazi più sicuri. E qui si innesta un’altra problematica. Visto che, è un dato di fatto, non viviamo in Svizzera o in Trentino, dove le ciclabili sono un pezzo di cultura della società, è utopistico pensare che mai le avremo. Eppure, si fece a gara un anno fa per mettersi in prima fila per la sicurezza stradale. Otto giorni furono sufficienti per prevedere lo stanziamento da parte della Giunta regionale della Calabria di 400 mila euro da destinare al Comune di Lamezia Terme per la realizzazione di una pista ciclabile. Sperare di ritrovarsi con percorsi dedicati alle bici che corrono accanto alle auto è concetto da Danimarca, non certo da Italia, salvo alcune rare eccezioni. Quel che potrebbe esssere più agevole realizzare sono strutture tipo velodromo, parchi della bicicletta che vadano a recuperare aree del territorio abbandonate, e quante ne abbiamo in Calabria! Non risolve il problema dei ciclisti agonisti, quelli che l’allenamento chiama a sfidare salite, cronometro, watt e tabelle d’allenamento: per loro, è inutile non voler guardare in faccia la realtà, soluzione non ce n’è: buonsenso, casco e occhi aperti sono gli unici rimedi. Ma per chi vive la bici sotto un profilo differente, dei parchi-velodromo sarebbero la soluzione ideale. Come rilanciò il presidente regionale della Fci (Federazione ciclistica italiana; ndr) Mimmo Bulzomì, a ridosso della tragedia lametina. Anticipò un progetto per trasformare a Reggio Calabria l’area di Pentimele in mini-velodromo, ma oggettivamente restano sogni, dal costo di 300 mila euro si disse un anno fa, che al momento nessuno sembra avere per investirli.
Ecco, dopo un anno, quel che fa più male è constatare come agli sforzi pregevoli e alle buone intenzioni dei primi istanti, non siano seguiti i fatti. Senza voler additare colpevoli, che in fondo non ci sono, il mondo di chi pedala con un po’ di memoria storica resta indifferente alle solite promesse: tante, troppe volte ascoltate e mai portate a termine. Andare in bici resta impresa eroica: per fatica, difficoltà, sfida del pericolo. Non resta che continuare ad agganciare il pedale e contornarsi dell’aura mistica di chi va incontro a tutto questo, con buona pace delle promesse.

Fabiano Polimeni

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