lunedì 29 maggio 2017 02:06
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Premio “Antonio Proviero – Città di Trenta” al romanzo “Il cacciatore di meduse” di Ruggero Pegna

“Il cacciatore di meduse”, il nuovo e commovente romanzo di Ruggero Pegna che racconta la storia attualissima di un piccolo migrante somalo, si aggiudica l’ottava edizione del “Premio Letterario Internazionale Antonio Proviero – Città di Trenta” per la narrativa edita. La scelta della giuria, che ha selezionato la terna di finalisti tra circa duecento opere pervenute, non ha avuto dubbi nell’assegnare il prestigioso riconoscimento ad uno dei romanzi più belli pubblicati quest’anno, un racconto da mettere sotto l’albero in un Natale segnato dalle tragedie dell’intolleranza, dell’odio e del fanatismo terroristico.
La motivazione del premio conferma l’ottima accoglienza riservata a questo romanzo da critici e lettori: “Un libro struggente e attuale. Una fiaba contemporanea. La storia di Tjil, un bambino somalo sbarcato a Lampedusa con la sua mamma e un Pinocchio di legno, colpisce per l’intensità della narrazione, la concretezza delle storie, l’incanto dei luoghi. Il cacciatore di meduse con le sue principesse del mare, delicate ed eteree, ripropone il valore controcorrente del rispetto verso gli altri e la ricchezza della contaminazione tra diverse culture.”.
Il dramma dei migranti, spesso prime vittime di questi estremismi, in questo emozionante romanzo edito da Falco presentato anche alla Book City di Milano, diventa una grande storia d’amore con finale da autentica e commovente fiaba moderna. Il tema scottante dell’immigrazione è toccato per la prima volta dall’altro punto di vista, con gli occhi di un bambino somalo che diventerà scrittore della sua stessa storia e con la voce di immigrati,
miseri e diversi di tutto il mondo. L’umanità dell’immigrazione e della lotta per l’integrazione, mentre il mondo è terrorizzato dagli atti terroristici dell’Isis, in questo romanzo riesce a prevalere su ogni paura, aprendo alla tenerezza e a un forte senso di solidarietà. La storia di Tajil convince per la capacità di dare voce agli stessi migranti, alle sofferenze e ai sogni di chi è bisognoso o diverso, discriminato per il suo stato di povertà o per il colore della pelle. Un romanzo che racconta la dura realtà dei nostri giorni attraverso il quotidiano e la sensibilità di un bambino, tra episodi drammatici e sfumature fiabesche.
Una chiave originale e commovente, che porta i lettori nelle avventure del piccolo “cacciatore di meduse”, lavoro che s’inventa per sopravvivere, alla ricerca dell’integrazione nel nuovo mondo dei “bianchi”, a tratti accogliente ma, più spesso, ostile. La struggente storia di Tajil, un bambino nero che non sapeva di essere diverso perché nel suo villaggio a Chisimaio tutti avevano il suo stesso colore della pelle, offre l’unica soluzione possibile ai dilemmi e drammi di questi giorni, aprendo ai sentimenti, al rispetto degli altri e delle loro infinite diversità, usando la chiave della bontà e degli affetti. La narrazione cattura il lettore, incanta, anche grazie a descrizioni di una natura aspra ma meravigliosa, come quella dei luoghi dell’infanzia in Africa, la sua terra a forma di grande cuore, delle traversate del deserto e del mare o degli splendidi angoli di Sicilia che lo accoglieranno. Il cacciatore di meduse trasporta in un’atmosfera di vibrante umanità con l’identificazione e la proiezione nel personaggio principale, di cui si condividono amarezze e delusioni, ma anche speranze, attese e desideri, fino alla sorprendente conclusione.
“Io sono un bambino nero, non so perché il mio colore è questo, ma sono contento lo stesso, perché somiglio a mamma, al nonno e a tutti quelli di Chisimaio. Se ero bianco, mi sarei vergognato sicuramente di stare là. Ora che sono grande e sono qui, non mi importa nulla se qualcuno mi chiama negro. Sono vivo e felice. E questo è bellissimo…”, dice Tajil a zia Teresa, la maestrina di San Vito Lo Capo che gli insegna l’italiano.
«La Terra è di tutti, diceva mio nonno e, per questo, sto bene anche qui, in mezzo a gente con la pelle diversa dalla mia… Penso che il nonno avesse ragione quando diceva che la bontà non dipende dal colore della pelle, ma da quello del cuore. ».
Effetto centrato del testo letterario di Ruggero Pegna, è quello di un’autentica sferzata contro il razzismo, verso il superamento di pregiudizi e di steccati culturali che mal si accordano con il rispetto dell’umanità e delle diversità, principi della convivenza civile a ogni latitudine. Un vero romanzo di formazione, secondo molti insegnati che lo hanno già introdotto nelle loro scuole, soprattutto in un momento in cui la differenza tra culture e religioni sta segnando tragicamente le cronache quotidiane del mondo intero.

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