martedì 30 maggio 2017 12:57
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Rapporto agromafie 2017. Molinaro (Coldiretti): “Un semaforo rosso sulla rete criminale”

Catanzaro. Il quinto rapporto “Agromafie” sui crimini agroalimentari in Italia elaborato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare presentato a Roma  certifica che l’agroalimentare rappresenta un terreno privilegiato di investimento della malavita con un pericoloso impatto non solo sul tessuto economico ma anche sulla salute dei cittadini e sull’ambiente. La stesura del Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia è stata resa possibile anche grazie al contributo proveniente dalle Forze dell’ordine, dalla Magistratura, dalle Istituzioni e dagli Enti che operano sul territorio a salvaguardia del comparto agroalimentare. Dalla Calabria insieme al presidente Pietro Molinaro, al Direttore Francesco Cosentini e tutti i dirigenti provinciali, sono stati presenti il Procuratore della Repubblica di Cosenza e componente il Comitato scientifico della Fondazione Mario Spagnuolo e il Presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta  Arturo Bova, la Dirigente del Liceo Scientifico “Piria” di Rosarno Maria Rosaria Russo e l’agronomo Stefano Poeta presidente nazionale dell’Epap Ente di Previdenza ed Assistenza pluricategoriale.
Pietro Molinaro, presidente di Coldiretti Calabria ha commentato che nonostante primati negativi per la nostra regione  e quindi è giusto accendere il semaforo rosso e vigilare; come Coldiretti Calabria siamo impegnati con misure di contrasto fatte di buone imprese, buon lavoro, e buoni prodotti “. Il Rapporto presentato alla presenza di numerosi esponenti delle Istituzioni  certifica che  il volume d’affari complessivo annuale dell’agromafia è salito a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell’ultimo anno. La filiera del cibo, della sua produzione, trasporto, distribuzione e vendita, ha tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni che via via abbandonano l’abito “militare” per vestire il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza 3.0. Sul fronte della filiera agroalimentare, le mafie, dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’Italian sounding. Nel 2016 si è registrata un’impennata di fenomeni criminali che colpiscono e indeboliscono il settore agricolo nostrano dove quasi quotidianamente ci sono furti di trattori, falciatrici e altri mezzi agricoli, gasolio, rame, prodotti e animali. Solo nell’ultimo anno – ricorda Coldiretti – le forze dell’ordine hanno messo a segno diverse operazioni contro le attività della malavita organizzata, con arresti, sequestri e confische contro personaggi di primissimo piano che vanno nel settore ortofrutticolo con i clan Piromalli e all’olio extra vergine di oliva di Matteo Messina Denaro. Le mafie  investono e si appropriano – sottolinea la Coldiretti – di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta.
La graduatoria delle province italiane rispetto all’estensione e all’intensità del fenomeno agromafia nel 2016, se fotografa una concentrazione del fenomeno soprattutto nel Mezzogiorno. Nonostante il crescente ruolo giocato dalle agromafie nel Settentrione, è nel Mezzogiorno che esse esprimono una maggiore e nociva diffusione. In Calabria le province caratterizzate da un livello di criminalità organizzata del tipo dell’agromafia, vedono Reggio Calabria, prima nella graduatoria nazionale, oltre a Catanzaro , ottava, Cosenza sedicesima posizione, Crotone diciannovesima e Vibo Valentia trentunesima. Per le nostre province, le problematiche di maggior impatto emerse sono riconducibili al pressante controllo del territorio operato dalla ’ndrangheta secondo una casistica criminosa particolarmente ampia: dal controllo delle produzioni agricole, del relativo indotto occupazionale e della pastorizia agli incendi boschivi, dalla adulterazione dei prodotti oleari, caseari e vinicoli alle frodi per l’aggiudicazione di fondi dell’Unione europea. Risulta, inoltre, preoccupante il crescente fenomeno dell’abigeato e della macellazione clandestina di carni prima sottoposte a trattamenti chimici e tossicologici illegali e poi contraffatte in merito alla loro tracciabilità. Le operazioni di contrasto a queste ultime fattispecie di reato, ed alla relativa commercializzazione al dettaglio, risultano particolarmente difficoltose a causa del generale clima di omertà: le denunce per la sottrazione di bestiame sono infatti ufficializzate per “smarrimento” e non per “furto”. La macellazione clandestina di capi infetti costituisce un business fortemente redditizio per l’agromafia: al guadagno illecito, infatti, vengono spesso aggiunte le quote comunitarie per l’indennizzo dell’abbattimento.  “Per l’alimentare  – conclude Molinaro – occorre vigilare sul sottocosto e sui cibi low cost dietro i quali spesso si nascondono ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi se non l’illegalità o lo sfruttamento”.

 

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