mercoledì 25 aprile 2018 12:30
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Itinerari garibaldini nei luoghi della Città Metropolitana di Reggio Calabria

Il testo del prof. Francesco Arillotta – docente di “Storia e cultura della Calabria” presso il Corso di Laurea in Urbanistica dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria – che oggi ospitiamo nella Rubrica “Urbanistica e Città Metropolitana” vuole essere un contributo al 150° anniversario dell’Unità d’Italia attraverso la rivisitazione dei luoghi garibaldini del nostro territorio.

(E.C.)

Itinerari garibaldini nei luoghi della Città Metropolitana di Reggio Calabria

di Francesco Arillotta

Nella notte sul 19 agosto 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò sulla spiaggia chiamata Rumbòlo, sul versante jonico del territorio oggi facente parte della Città Metropolitana di Reggio, tra il centro di Melito e la sua frazione Annà, alla testa di una balda schiera di tremila Camice Rosse, con le quali nelle tre settimane seguenti avrebbe conquistato un Regno.
E già da dieci giorni anche la parte tirrenica era in fermento, per la presenza di altri Garibaldini. Tra l’8 e il 9 agosto, infatti, Benedetto Musolino di Pizzo, il fedelissimo del Generale, con duecento uomini, tra cui il pavese Luigi Cairoli, il bergamasco Francesco Nullo e il ‘moscovita’ Giuseppe Missori, erano sbarcati a Nord, vicino il Forte di ‘Torre Cavallo’, costruito cinquanta anni prima da Gioacchino Murat. L’intento dichiarato era: conquistare il castello di Altafiumara. Il colpo non era, però, riuscito, per motivi sui quali gli storici, in mancanza di documenti certi, ancora discutono. Per sottrarsi alle truppe borboniche, Musolino e gli altri erano allora risaliti rapidamente verso il retrostante Aspromonte. Là li attendeva un folto gruppo di patrioti reggini armati, forse un po’ pomposamente denominatisi ‘Cacciatori d’Aspromonte’, a similitudine dei famosi ‘Cacciatori delle Alpi’, guidati da Agostino Plutino e Casimiro De Lieto. Tutti assieme, il 13 sono nei dintorni della Città di Bagnara, per danneggiare la macchina del telegrafo ‘visuale’ e interrompere le comunicazioni con Napoli. Attaccati dai soldati del colonnello Giuseppe Ruiz de Ballestreros, evitano lo scontro, puntando prima su Solano e poi su Pedavoli, frazione dell’odierna Delianova, in piena montagna. Da lì, il 18, scavalcano l’Appennino e passano sul versante jonico, accolti a braccia aperte nel Comune di San Lorenzo. Il cui Sindaco, Bruno Rossi, anch’egli fervente patriota, insieme ai Decurioni, prende l’eccezionale decisione di dichiarare la fine del Regno delle Due Sicilie e l’instaurazione della dittatura del Generale Garibaldi! Il che potrebbe significare essere quello il vero scopo della sortita: creare un sommovimento popolare antiborbonico che giustificasse l’intervento di Garibaldi anche sul suolo peninsulare, dopo di quello effettuato in Sicilia.

Il 20, il gruppo, avvertito da Antonino Plutino, fratello di Agostino, dello sbarco a Melito, si precipita verso la costa. Per la velocità di marcia che Garibaldi tiene nell’avvicinarsi a Reggio, essi raggiungono il grosso nella contrada Ravagnese, proprio nell’imminenza dell’attacco alla Città. Garibaldi, infatti, in meno di quaranta ore, ha fatto coprire ai suoi Volontari la distanza che lo separa da Reggio. Il ricongiungimento con gli uomini di Musolino, Missori e Plutino è immortalato nel bassorilievo che adorna la Sala Consiliare del palazzo dell’Amministrazione Provinciale, su cui sono ricordati, per mano dello scultore Alessandro Monteleone, “I fasti di Reggio”.

Garibaldi, il 21 agosto, dopo quella che può essere tranquillamente classificata poco più di una scaramuccia, conquista Reggio. Gli osservatori inglesi al suo seguito: Lord Edward Adolphus Somerset, duca di Seymour, e il suo amico Shatterbury, manderanno in Inghilterra il famoso dispaccio: “Garibaldi tiene Reggio. Il Regno di Napoli è cancellato dalla carta d’Europa”.
Lo stesso giorno, tra Favazzina e Scilla, sbarca un terzo gruppo di armati, forte di ottocento uomini, comandati da Enrico Cosenz. Impegneranno i Borbonici che tentano di ostacolare l’avanzata di Garibaldi. Ma lo scontro decisivo avverrà il giorno 22, sul pianoro di Campo Piale, a monte di Villa San Giovanni. Il grosso dei Garibaldini ha di fronte due Brigate, comandate dai generali Nicola Melendez e Fileno Briganti. Non sarà una lunga battaglia: il I Reggimento ‘Re’ non regge all’impeto e si sbanda totalmente; la paura di un accerchiamento fa il resto. I due ufficiali accettano la proposta di una tregua, offerta da Garibaldi in persona, e le truppe napoletane si ritirano verso Tropea. Il Generale si ferma a Villa; il 23 è a pranzo da Giovanni Corigliano; la sera è invitato a cena, nel borgo Acciarello, dal sacerdote Domenico Lucisano, fervente patriota. Poco prima, alle 17, ha ricevuto, a Campo Piale, in casa di tale Morabito, la resa delle due Brigate. Su quella casa, ancora oggi si può leggere una lapide-ricordo, dettata dallo storico villese Giustino Calabrò. Il 24, i Garibaldini occupano i forti di Altafiumara e Torre Cavallo; Garibaldi e Briganti si incontrano a Santa Trada, per il disimpegno definitivo. A mezzogiorno, il Generale è a Scilla, per la resa del castello. Qualche ora dopo, Briganti verrà ucciso dai suoi soldati in rivolta, nella piazza di Mileto.

L’altro episodio, che lega l’area della Città Metropolitana reggina all’epopea garibaldina, risale al successivo 1862. In quell’anno, infatti, Garibaldi tornò da queste parti, con il dichiarato proposito di condurre i patrioti italiani fino a Roma, per liberarla dal governo pontificio e farne la capitale dell’Italia Unita.
All’alba del 25 agosto, egli, che ha fatto sapere al mondo ‘o Roma o morte’, sbarca sulla spiaggia di Pietrafalcone, sempre in Comune di Melito. Ma il contesto non è più quello del 1860: non se la deve vedere con un Regno delle Due Sicilie dilaniato da contrasti e abbandoni. Di fronte non ha generali pavidi e incerti come Mendelez o Briganti. Il Governo italiano, ben deciso a non lasciargli gestire alla maniera sua la politica estera, gli ha mandato contro cinquemila soldati, comandati dal generale Enrico Cialdini, che con lui ha un fatto personale. Cialdini si acquartiera a Reggio, e fa sapere in maniera molto cruda che non tollererà manifestazioni pro Garibaldi. I patrioti reggini del ’60 sono ormai profondamente inseriti nel nuovo quadro istituzionale…, e vanno incontro al Generale, che, pur con marcia stranamente lenta, sta avanzando lungo la Strada Consolare Jonica. Il colloquio avviene nella contrada Lazzaro di Motta San Giovanni. Garibaldi viene convinto a non avvicinarsi a Reggio, per evitare reazioni militari, con conseguenze drammatiche per la popolazione.

D’altro canto, egli ha con sé poco più di duemila volontari, scarsamente armati e senza adeguati approvvigionamenti. Così, arrivati nella contrada San Gregorio, alla periferia della città, i Garibaldini deviano sulla loro destra. Seguendo una guida fornita dai locali, la colonna risale la Fiumara Valanidi e passa vicino l’omonimo villaggio; l’indomani attraversa l’alto corso della Fiumara Sant’Agata, e punta verso l’Aspromonte, dove è stato garantito che ci sono i tanto necessari depositi di armi e cibarie.
Siamo già alla mattina del 28 agosto; sono passati addirittura tre giorni dallo sbarco. Nemmeno a Santo Stefano d’Aspromonte, però, Garibaldi trova di che sfamare i suoi uomini. La sera di quel giorno, i Volontari raggiungono Casetta Forestale, a pochi chilometri da Gambarie, in Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Ma ormai sono rimasti solo circa mille e cinquecento uomini.
A Reggio, Cialdini incarica il colonnello Emilio Pallavicini di Priola di fermare Garibaldi con qualunque mezzo. Pallavicini predispone un grosso contingente, formato da fanti e bersaglieri. Sono oltre tremila soldati, ben armati e ben addestrati. Il 28 pomeriggio, partono da Reggio verso Aspromonte; il 29, avanzando per la strada del Cucullaro, sono a Gambarie, ed a mezzogiorno arrivano sui Piani di Pidima. Garibaldi è alcuni chilometri più lontano. Verso quella stessa ora, egli è informato dell’avvicinamento del Regio Esercito. Decide di rimanere ad aspettare. Una decisione che, nelle Memorie, si rimprovererà. D’altronde, non poteva continuare una fuga infinita in mezzo alle montagne, con la prospettiva di dover poi affrontare, in condizioni precarie, anche gli oltre centomila soldati che erano nel Meridione, impegnati contro il brigantaggio.

Ma, a ben pensarci, Garibaldi voleva veramente arrivare fino a Roma?
Ho fatto cenno alla strana lentezza con la quale egli si mosse, nella marcia di avvicinamento a Reggio. E ancora più lento Egli sarà, nel salire verso Aspromonte. Ciò può forse significare che Garibaldi era consapevole dell’impossibilità di riuscita della sua impresa? e che aveva deciso di ‘aspettare’ le truppe regie, per provocare il contatto, far esplodere il caso, costringere il Governo a prendere posizione ufficiale sul problema ‘Roma Capitale d’Italia’? Forse Garibaldi contava sulla possibilità di intavolare una trattativa sul campo, che portasse alla pacifica conclusione della spedizione? Il Pallavicini, però, ordinò l’attacco senza farlo precedere da un tentativo d’intesa; e questo produsse, purtroppo, morti e feriti.
L’eco dello scontro fece il giro del mondo. Se Garibaldi voleva suscitare scalpore, Pallavicini gliene diede ampia possibilità.

Il 1862 fu, allora, una voluta provocazione a livello internazionale?
Certamente fu determinante per l’entrata a Roma, attraverso la breccia di Porta Pia, nel 1870.
Oltre a tutto, a complicare la vicenda ci fu il famoso ferimento di Garibaldi. Nella sparatoria, infatti, il Generale fu colpito di striscio all’anca sinistra ed in maniera più seria al malleolo del piede destro. Anche su questo episodio si pongono grossi interrogativi.

Secondo lo storico Arrigo Petacco, il feritore sarebbe stato il tenente Luigi Ferrari, nonno del nonno dello stesso Petacco, Comandante di Compagnia del 4º Battaglione Bersaglieri che teneva la prima linea dell’attacco. Effettivamente, risulta che il Ferrari rimase ferito durante lo scambio di fucilate, e per la circostanza gli verrà concessa una medaglia d’oro al valore.

Ci si domanda: fu proprio lui a ferire Garibaldi? I Bersaglieri, dal 1856, erano armati con un’ottima carabina a percussione con canna rigata. I loro ufficiali, però, portavano solo una sciabola a lama ricurva, ricordo della partecipazione del Corpo alla Guerra di Crimea, e non avevano a disposizione armi da fuoco. Ne consegue che, durante la carica, non potè essere il tenente Ferrari a sparare. La tesi di Petacco non sembra trovare riscontro nei fatti.

A memoria di quanto avvenuto sui Piani d’Aspromonte, oggi resta un pino secolare, ai piedi del quale Garibaldi fu appoggiato subito dopo il ferimento, e un mausoleo appositamente costruito, che raccoglie testimonianze e ricordi di quel tragico momento.

Questi sono gli avvenimenti, questi sono i luoghi che rapportano fortemente l’area della Città Metropolitana di Reggio Calabria ad una delle fasi più importanti della Storia Italiana: la realizzazione dell’Unità Nazionale.

E Reggio ne è sempre stata giustamente orgogliosa!

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