lunedì 23 aprile 2018 05:45
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Grande Ospedale Metropolitano

Sanità. Azzarà (UILFPL) denuncia lo stato “increscioso” delle sale operatorie dell’ospedale reggino (foto e video)

Reggio Calabria. Siamo di fronte non a un ospedale povero, ma a un’azienda che gestisce malissimo i capitali corrisposti. Questo il quadro che è emerso nella conferenza tenuta stamattina da Nuccio Azzarà, segretario provinciale della UilFPL, nell’aula ” Spinelli” degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria.
Si parte dagli “effetti” della conferenza precedente, che aveva come fulcro del discorso la situazione delle camere mortuarie: “Ringrazio la stampa per il lavoro svolto e per aver messo in luce questo grande problema, la diffusione della problematica ha avuto più effetto di una vertenza sindacale visto e considerato che dopo poco più di due giorni l’azienda ha provveduto, quantomeno, alla pulizia di un luogo che rimane comunque altamente lontano dagli standard qualitativi medi e che viene ancora gestito da personale non ospedaliero di cui sono dubbie sia le qualifiche che le mansioni”.
Azzarà inizia ad introdurre il nocciolo del discorso odierno, ossia la situazione “incresciosa” in cui versano le sale operatorie degli Ospedali Riuniti, vero e proprio cuore pulsante dell’attività medica.
Il primo problema evidenziato è quello della sterilizzazione dell’ambiente: impossibile avere un quadro esatto della misurazione di temperatura e soprattutto di umidità durante le operazioni perché manca il macchinario adatto, e se la temperatura può oscillare fra i 18 e i 20 gradi senza troppi problemi, l’umidità è invece una grossa spada di Damocle che pende sulla sterilità di un ambiente, da essa infatti scaturiscono funghi, germi e batteri.
Ed ecco che, grazie al supporto di un video-proiettore, vengono mostrate le varie documentazioni fotografiche che attesterebbero la condizione “da terzo Mondo” delle varie componenti ospedaliere prese in esame: controsoffitti non sigillati da cui fuoriesce l’aria (che dovrebbe essere sterilizzata ma viene ampiamente contaminata a causa del contatto con l’esterno prima di finire in sala operatoria), i letti che vengono utilizzati per le operazioni non sono quelli sterilizzati adatti alla sala operatoria ma sono bensì quelli in cui il paziente dorme nella camera di ricovero, quindi sporchi e neanche lontanamente vicini agli standard qualitativi descritti dall’ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sui Luoghi di Lavoro), i camici utilizzati da medici ed infermieri non sono quelli disposti e specifici per gli ambienti sterilizzati ma quelli di ordinaria amministrazione, anch’essi quindi sporchi e non consoni (anzi dannosi) alla causa.
E ancora, si accusano tempi fuori dall’ordinario per le operazioni, con un paziente preparato all’intervento alle 8 del mattino e ben che vada operato alle 16, lasciato in corsia su un lettino senza alcun tipo di cura.
Si punta il dito altresì sulla poca chiarezza riguardo la presenza del personale in sala, che non è assolutamente certificata e che, tra l’altro, dovrebbe firmare e sottoscrivere qualsiasi tipo di intervento (per dare un colpevole ad eventuali sinistri), cosa che invece non viene fatta.
Grande pressappochezza viene lamentata anche riguardo agli esami batteriologici dell’ambiente, che dovrebbero essere periodici e che invece sono saltuari e molto spesso fatti con grosso ritardo, per non parlare dell’acqua che sgorga dai lavandini con cui i chirurghi “dovrebbero” sterilizzare le mani e gli apparecchi: “è acqua di pozzo”, afferma Azzarà.
Denunciati anche grandissimi sprechi ed una gestione pessima delle risorse, come ad esempio il macchinario IORT, vera e propria punta di diamante nella cura dei tumori (permette di irradiare il paziente precisamente nella zona del tumore), il cui valore di mercato oscilla vicino al milione di euro, lasciato in un angolo a marcire perché, attenzione, i tetti della sala non sono a norma UE e quindi il macchinario non entra (sì, avete capito bene). Non migliore la condizione di altri diversi macchinari, tenuti in sale aperte senza alcun tipo di controllo.
La lavanderia, inoltre, che ha uno standard di funzionamento disciplinato esattamente sempre dall’ISPESL, non rispetta alcun parametro né nei piani di evacuazione di materiali infetti né nella sterilizzazione degli stessi, utilizzando spesso gli stessi montacarichi che ospitano pazienti, pubblico e cibo per i degenti.
Per la raccolta dei liquidi  in sala operatoria, inoltre, non vengono utilizzati i raccoglitori consoni per le raccolte speciali (ovvero quelli che rispettano le norme di sicurezza) bensì banalissimi bidoni di plastica di uso comune.
La sala operatoria stessa, come struttura, ha poi diversi e gravissimi problemi: dalle brecce sul tetto che causano quotidiane e abbondanti infiltrazioni d’acqua, ai fili elettrici al di fuori delle scatole di contenimento (come se il caso “Monteleone” all’ospedale di Vibo non avesse insegnato niente a nessuno), passando dalle indicazioni sui quadri di accensione delle luci (molti dei quali non funzionano neanche) che indicano erroneamente le sale operatorie a cui fanno riferimento (col rischio che un elettricista, magari, per aggiustare un guasto pigi il tasto per spegnere le luci della sala 1 ed invece senza saperlo spegne quelle della sala 4 in cui si sta eseguendo un’operazione).
Terminata la panoramica sul problema strutturale, il sindacalista passa a illustrare il quadro tecnico-organizzativo, sottolineando le lunghe liste d’attesa per ricoveri, operazioni, accertamenti, dovuti secondo Azzarà al doppio lavoro svolto da quei medici, che eserciterebbero le loro principali mansioni nei loro studi privati (a parcelle raddoppiate quando non triplicate) rubando tempo al loro impiego pubblico più che lautamente retribuito.
Ancor più grave è la situazione che si crea nel momento in cui si devono analizzare i pezzi istologici, i quali subito dopo l’operazione del paziente dovrebbero essere certificati, catalogati ed inviati al laboratorio di anatomia patologica, e che invece rimangono anonimi e non catalogati per lungo tempo negli scaffali delle sale operatorie.
Azzarà si spinge fino a utilizzare molto spesso le parole “corruzione”, “inadempienza”, “imperizia”, ponendo domande scomode come:
– perché non è stato mai collaudato il blocco operativo?
– chi sono i responsabili del procedimento e i collaudatori che hanno reso agibile tale struttura?
– sono state rispettate le norme che sovraintendono la sicurezza sui luoghi di lavoro a protezione di pazienti e operatori?
– qualcuno può assumersi la responsabilità di certificare che presso il blocco si può operare in regime di massima sicurezza ed igiene?
Azzarà lancia un appello, fra i tanti, anche al dott. Frank Benedetto e al dott. Doldo, ai quali il sindacalista chiede “trasparenza e dialogo per venir fuori da questa situazione che dequalifica la città intera e che incute negli animi dei cittadini un’insicurezza impossibile da gestire visto che la Sanità dovrebbe avere come primo obiettivo la salvaguardia del benessere psicofisico dell’individuo”.
In termini economici, ecco il quadro delle spese totali per la costituzione di questo “fatiscente blocco operatorio”, così lo definisce Azzarà, progetto denominato “R5”:
– blocco operatorio-pediatria- chirurgia-ostetricia  8.000.000 euro (iniziali)

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