martedì 24 aprile 2018 08:24
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Re della Montagna. Tutti i dettagli della maxi confisca da 150 milioni di euro al defunto Rocco Musolino

Reggio Calabria. Continua serrata la lotta volta all’aggressione ai patrimoni riconducibili alle organizzazioni di tipo mafioso da parte degli uomini della Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria e dell’Arma dei Carabinieri, sulla base delle mirate direttive impartite dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria retta dal Procuratore Capo Federico Cafiero De Raho. A seguito dell’emissione di un decreto di confisca beni emesso dal Tribunale di Reggio Calabria – Sez. Misure di Prevenzione, presieduto da Ornella Pastore, è stato aggredito l’enorme compendio di beni nella disponibilità di  Rocco Musolino, nativo di Santo Stefano d’Aspromonte e deceduto il 12 giugno scorso all’età di 88 anni.
Il complesso dei beni sottoposti al provvedimento ablativo risulta essere già stato sottoposto a sequestro, da parte del Centro Operativo Dia di Reggio Calabria e del Reparto Operativo Nucleo Investigativo dei Carabinieri nel marzo 2013, a seguito di provvedimento emesso dalla medesima Autorità giudiziaria.
Musolino, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, ha esercitato la propria attività imprenditoriale nel settore boschivo sfruttando i legami con la ‘ndrangheta, che gli hanno consentito di espandersi ed agire indisturbato fino a raggiungere una posizione di sostanziale monopolio, avvalendosi di modalità di sopraffazione e intimidazione tipiche dell’impresa mafiosa, nonché sfruttando le cointeressenze in tutti gli altri settori del mondo politico, economico ed istituzionale.
Il Tribunale, nell’odierno provvedimento, ha così stigmatizzato la figura del proposto:
I dati acquisiti consentono, dunque, di affermare che l’intera storia imprenditoriale del Musolino, si è svolta grazie ai rapporti stabili e reciprocamente vantaggiosi dallo stesso cercati ed abilmente coltivati con la locale criminalità organizzata, dando luogo ad una forma di contiguità stabile, pregnante ed altamente allarmante, che da un lato, ha determinato la fortuna imprenditoriale del Musolino, dall’altro ha consentito alla ‘ndrangheta di esercitare il controllo sulle attività economiche della zona e di lucrare attraverso le stesse”.
Ed ancora: “Insomma, l’autorità mafiosa di Musolino Rocco – ben tratteggiata nella parte relativa alla pericolosità sociale – è stata tale da non richiedere manifestazioni concrete e dimostrabili di mafiosità, nel senso che basta pronunciare il nome di Rocco Musolino perché gli altri mafiosi si facciano da parte, segno del rispetto per il ruolo di rilievo ricoperto”.
Sul conto di Musolino, inoltre, sono state rese dichiarazioni da collaboratori di giustizia, che lo indicavano quale personaggio di estrema importanza nell’ambito della cosca Serraino, ove avrebbe esplicato funzioni di vertice: “ il suo grado – ha riferito il collaboratore di giustizia Barreca – all’interno della ‘ndrangheta è elevatissimo, più di “vangelo”, e questo grado di mafia cumula con quello di massone…”.
Il collaboratore di giustizia Antonino Rodà ha riferito che Rocco Musolino apparteneva alla cosca Serraino – riscontrando in ciò le già note dichiarazioni di Margherita Di Giovine – ma con un ruolo autonomo di Capo Società di Gambarie, fornendo riscontro alle propalazioni dei collaboratori di giustizia Barreca e Lauro che lo definivano un capo.
Quest’ultimo, in particolare, ha riferito circa l’intervento di Musolino per ottenere la liberazione di un sequestrato, unitamente ad esponenti di vertice delle cosche Serraino, Gioffrè e ad Antonio Nirta. Infine, il collaboratore di giustizia Antonino Zavettieri ha dichiarato che a Santo Stefano d’Aspromonte esisteva un autonomo locale di ‘ndrangheta capeggiato da Rocco Musolino, in un contesto di solida alleanza con la famiglia mafiosa dei Serraino.
Il Tribunale Sezione Misure di Prevenzione ha, altresì, ritenuto di notevole valenza indiziaria, al fine di ravvisare la pericolosità sociale qualificata del defunto proposto, elementi tratti da alcune attività investigative svolte dall’Arma dei Carabinieri di Reggio Calabria a seguito dell’attentato subito il 23.07.2008 dal medesimo Rocco Musolino e dal suo autista, che furono feriti in località Salto della Vecchia, nella zona aspromontana, da colpi d’arma da fuoco mentre erano a bordo di un’autovettura. Nella circostanza, si era appurato che il proposto viaggiava armato di una pistola con il colpo in canna e portando con sé due caricatori completi. In merito a tale episodio, è seguito un atteggiamento reticente di Rocco Musolino nei confronti degli inquirenti, proprio degli affiliati alle organizzazioni mafiose.
Secondo il Tribunale Sezione M.P. è una figura con molteplici rapporti con le varie cosche della provincia calabrese: “Musolino Rocco emerge difatti sin dai suoi esordi come imprenditore boschivo in rapporto di sicura contiguità funzionale con ‘ndrangheta ed in via privilegiata con la cosca Serraino, egemoni nel territorio di riferimento del proposto…OMISSIS.. Musolino Rocco è una pietra miliare della ‘ndrangheta reggina (uno ‘ndranghetista storico come lo definisce il collaboratore Iannò)…[]…emerge in definitiva una pericolosità del proposto databile almeno agli inizi degli anni ’70 …[]… oltre ai rapporti qualificati …[]… con le famiglie mafiose Serraino, Nirta, Condello, Alvaro e Italiano, nell’informativa del R.O.N.I. del 18.09.2011, vengono forniti ulteriori dati di riscontro dei rapporti del Musolino anche con le famiglie mafiose dei Libri, De Stefano, Tegano, Araniti e Imerti, oltre che con esponenti della pubblica amministrazione e delle istituzioni.
Nella ricostruzione della figura di Rocco Musolino circa i suoi stabili rapporti con la Criminalità Organizzata, ha contribuito efficacemente anche il locale Reparto Operativo dei Carabinieri, esitando all’Autorità Giudiziaria tre informative a seguito del duplice tentato omicidio di cui è rimasto vittima lo stesso proposto.
Per quanto concerne la parte patrimoniale, il provvedimento odierno del Tribunale di Reggio Calabria – Sez. Misure di Prevenzione – è stato emesso a seguito di una lunga e complessa serie di accertamenti patrimoniali svolti dal Centro Operativo DIA di Reggio Calabria, compendiati in una esaustiva proposta di misura di prevenzione – avanzata al Tribunale Sez.M.P. di Reggio Calabria dal Procuratore Capo della Repubblica, nella quale è stato ricostruito in modo certosino l’enorme complesso dei beni mobili ed immobili personali e dei beni aziendali riconducibili al Musolino. Si evidenzia che il prefato Tribunale Sez. M.P. si è così espresso in merito: “ritiene il collegio che sia stata raggiunta la prova …[].. che la crescita imprenditoriale boschiva del MUSOLINO e l’accumulo di ricchezza da parte di quest’ultimo, sia stata concretamente agevolata dalla sua appartenenza alla ’ndrangheta storicamente egemone nel territorio…[]…l’impresa del Musolino è dunque da sempre impresa mafiosa”.
L’impresa mafiosa è quella che, pur operando nei mercati ufficiali con modalità formalmente legali, si avvale nel concreto svolgimento dell’attività di impresa del c.d.”metodo mafioso”, metodo che ha assicurato al Musolino una posizione di mercato che altrimenti non avrebbe acquisito, consentendogli, altresì, di aggiudicarsi commesse nel settore delle forniture alla Regione Calabria in un sistema che favoriva l’infiltrazione mafiosa ed il reimpiego delle somme così guadagnate in altre attività e/o investimenti anche di interesse della consorteria.
Secondo il Tribunale: “La parabola ascendente dei redditi del proposto raggiunge l’apice nel triennio 1986/1988, quando vi sono gli introiti derivanti dalle forniture alla Regione Calabria, anch’essi pilotati dalle aderenze mafiose dei direttori dei lavori e capi operai, che avevano in mano il sistema Calabria del settore forestale (si rimanda alle pagine 137 e ss. dell’informativa DIA del 2012 )… [] … La posizione di supremazia economica raggiunta dal Musolino emerge dal volume di affari dell’impresa boschiva tratto dall’informativa DIA del 2012…l’illiceità delle primigenie fonti di ricchezza provenienti dall’impresa mafiosa ha inevitabilmente contaminato anche i successivi acquisti ed investimenti del Musolino Rocco”.
In definitiva, il Collegio ha ritenuto che, sulla scorta delle risultanze istruttorie, tra le quali gli analitici accertamenti svolti da questo Ufficio, l’imponente patrimonio del proposto e dei suoi stretti congiunti debba ritenersi “il frutto o reimpiego di proventi di attività illecite”, in quanto direttamente ricollegabile all’accertata e risalente pericolosità sociale qualificata del Musolino, strettamente connessa alla sua attività imprenditoriale e mai venuta meno.

L’odierno provvedimento di confisca ha riguardato i seguenti beni:

  • 218 appezzamenti di terreno agricoli, per un’estensione complessiva di oltre 800 ettari, siti nella provincia di Reggio Calabria e, principalmente, nei comuni di Santo Stefano di Aspromonte e di Molochio;
  • quote sociali e patrimonio aziendale della Maius Immobiliare Srl, con sede in Reggio Calabria, avente per oggetto “la compravendita e locazione di beni immobili propri con esclusione di ogni attività di agenzia immobiliare”, e con un patrimonio sociale ricomprendente 19 immobili, tra appartamenti, depositi e cantine, ubicati a Reggio Calabria, Condofuri e Santo Stefano d’Aspromonte;
  • Impresa individuale Musolino Rocco di Francesco, con sede legale in Santo Stefano in Aspromonte, operante nel settore dell’industria boschiva;
  • 101 fabbricati, tra appartamenti, villette, autorimesse, magazzini e locali commerciali, siti nella provincia di Reggio Calabria e nella città di Roma; tra questi spicca un pregiatissimo immobile sito in via Castello di Reggio Calabria, adibito a sede di istituto di credito e di agenzie assicurative, 4 villette di notevole valore residenziale nel comune di Santo Stefano di Aspromonte ed un appartamento di notevolissimo pregio in Piazza dei Re di Roma nella capitale;
  • numerosi rapporti finanziari, tra conti correnti, polizze assicurative e depositi titoli, per un valore stimato in oltre 7 milioni di euro.

 Il valore dei beni sottoposti a confisca ammonta a  153 milioni e 150 mila euro. “Una cifra stimata per difetto”, ha precisato il procuratore capo Federico Cafiero De Raho nel corso della conferenza stampa tenuta in Procura, al Cedir, per illustrare i dettagli della maxi confisca.


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