giovedì 26 aprile 2018 17:11
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Carmine Schiavone

La favola dei rifiuti tossici, chi ha paura del lupo cattivo?

Reggio Calabria. Oggi vorrei raccontare una storia, di pura fantasia, che prende spunto da fatti più o meno reali e che si basa solamente su una constatazione, ossia che spesso, non sempre ma spesso, due più due fa quattro, insindacabilmente.
Attenti agli incidenti stradali“, tuonava dal carcere Carmine Schiavone (nella foto), prima che un infarto lo squalificasse da questo mondo. Il pentito del clan dei casalesi, per anni a capo dell’omonima cosca, non fece mistero degli “intrallazzi” interregionali fra i suoi compari e gli “amici” calabresi, indicando in più momenti la regione calabra come un “distaccamento” della Terra dei Fuochi.
Montagne, mare, pianure, tutto questo per lungo tempo è stato sotto l’occhio degli inquirenti, e molti ricorderanno l’elicottero con geo-localizzatore che ha solcato i cieli calabresi per interi mesi. “Non si scherza coi rifiuti tossici, questa gente mi è sfuggita di mano e ha ricoperto l’intero Mezzogiorno delle loro schifezze”, diceva ancora l’ex boss.
Ma l’infarto, si sa, è infingardo, e certe volte ha un tempismo degno del miglior James Bond.
Tempistica perfetta anche per una Lancia K, che decide, nella stessa settimana, di sua spontanea iniziativa, di “catafottersi” (per dirla alla Camilleri) in un dirupo uscendo di strada sulla Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Castrovillari. Caso volle che, dentro l’autovettura, viaggiasse il giudice Federico Bisceglia, napoletano di origini calabresi.
Le indagini del giudice sono variegate, la sua storia parla però, oltre che della delicata vicenda del bambino caduto da un palazzo a Napoli in circostanze molto sospette, di numerose indagini riguardo reati ambientali, e proprio riguardo ciò ha avuto diversi colloqui con Schiavone.
Casi, destino, coincidenze. Tutto ovviamente senza alcun filo diretto.
E dunque a me non resta che prenderne atto, e raccontarvi questa favola, una storiella frutto semplicemente di un amore per la novellistica, che ripropongo con la speranza che qualche editore mi noti per la sua collana di fantascienza:
“In una terra lontana, una Penisola bagnata da splendidi mari ed incastonata in impervie montagne intrise di grotte, un magistrato moriva schiantandosi nella strada, ahimè, più famosa al mondo per gli omicidi ( se non consideriamo come autostrada la statale Ciudad Juarez- El Paso).
Conduceva delle indagini, quest‘uomo di legge di terra borbonica, ed aveva intuito che dietro a mezze parole, mezzi sguardi di un suo vecchio nemico (quel capo clan che, pentitosi del male fatto alla sua gente, aveva messo in risalto tutti gli inghippi che avevano avvelenato per decenni uno dei golfi ed una delle zoni agricole più belle del Paese ) vi fosse una verità amara, devastante, ancora da scoprire.
Protagonista di questa verità è quel piccolo lembo di terra, davanti all’isola delle vacche del Dio Sole, in cui i treni debbono fare capolinea forzato per non finire a mare.
Terra ostile, terra di potere e di controllo socio-politico, terra di magagne, patti, fedele omertà e buonismo di facciata.
Il vecchio capo clan non aveva ancora capito che accusare i friarielli, le mozzarelle di bufala, i pomodori, le melanzane, di essere dannose per l’uomo a causa dello schifo che i suoi compari avevano interrato sotto i campi coltivabili, non era la stessa cosa che puntare il dito verso le difesissime fiumare di grecanica storia, verso quelle grotte che per anni furono covo e ristoro di pastori, briganti, viaggiatori, mercanti, verso quel mare mezzo Ionio, mezzo Tirreno, che ospitava vecchie carcasse di navi col loro oscuro carico, di cui ancora mettendo l’orecchio sott’acqua si potevano udire i lamenti e gli stridolii.
Glielo fecero capire, un giorno di fine febbraio, forse la natura stessa (come dicono i giornali), o forse i figli di quella stessa natura, forse maligna, che egli stesso ai tempi aveva contribuito a creare.
Infarto, dicono.
Ma intanto, sui cieli del suddetto lembo di terra, non passa giorno che un elicottero, dotato di geo-localizzatore, non solchi le nuvole alla ricerca di qualcosa, ai propri piedi, che possa ricondurre alla verità di qualche soffiata, di qualche mezza parola.
Per trovarlo, finalmente. O forse per nasconderlo meglio.
Fatto sta che il procuratore borbone, non curante e strafottente verso le “fesserie” dette dal vecchio capo clan (“State attenti agli incidenti stradali“), va a catafottersi con la sua automobile in una tratta stradale di quella provincia bruzia che, tempo fa, un capitano di corvetta figlio di una terra vicina, ligio al dovere e alla morale, aveva fatto saltare agli onori-disonori della cronaca come un vero e proprio “cimitero di navi radioattive“.
E intanto in quegli stessi giorni i mezzi di informazione di questa Penisola tanto lontana sono concentrati sulla sconfitta in extremis di una vecchia signora tinta di rosso, “collega” del nostro togato borbone, che per anni ha cercato di inchiodare l'”odore del sesso” di un vecchio politico con una minorenne consenziente.
E dibattiti, e articoli chilometrici, e servizi alla tv, e telegiornali che non parlano d’altro. Il vecchio politico – esultano i  nemici di lui – ci penserà due volte prima di corteggiare una donna sotto gli -anta, e il giudice tinta di rosso – esultano i  nemici di lei – ci penserà due volte a spendere i soldi dei contribuenti in indagini che non vadano a buon fine.
Gioia per tutti, quindi. Per i futuri malati di leucemia, di tumore al polmone, di cancro al colon retto. Gioa per i futuri scagnozzi del lembo di terra, gioia per i “pungiuti” stabiliti vicino ai grecanici fiumi.
Il togato borbone adesso è polvere, il vecchio boss adesso è polvere. Ma nessuno se n’è accorto. Respireranno anche la loro, di polvere, ma nessuno se n’è accorto.
La morale della favola non esiste, perché questa favola non esiste“.

William D’Alessandro

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