domenica 22 aprile 2018 20:28
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Claudio Scajola

Processo Breakfast. La testimonianza dell’ufficiale dei servizi segreti in congedo Paolo Costantini, Fiume a Reggio il 28 novembre

di Fabio Papalia

Reggio Calabria. E’ slittata al 28 novembre l’escussione del collaboratore di giustizia Antonino Fiume, prevista oggi pomeriggio nell’udienza del processo Breakfast, che vede tra i principali imputati l’ex ministro Claudio Scajola (nella foto) e Chiara Rizzo, moglie dell’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena, entrambi accusati di procurata inosservanza di pena in favore dell’ex armatore, latitante a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dopo essere stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Presente in aula Scajola, assistito dagli avvocati Giorgio Perroni, Elisabetta Busuito e Patrizia Morello, il collaboratore di giustizia era presente in videoconferenza dalla località protetta. Tutto pronto per sentirlo, o quasi, perché l’avvocato Bonaventura Candido, difensore di Chiara Rizzo, ha dato fuoco alle polveri innescando la reazione delle difese all’acquisizione dei verbali depositati nei giorni scorsi dal pm Giuseppe Lombardo, richiesta su cui il tribunale si era riservato di decidere. L’avvocato Candido, poi seguito dai colleghi, ha annunciato al presidente Natina Pratticò di non prestare il consenso all’acquisizione dei verbali. Lo scontro tra accusa e difesa sul punto riguarda i verbali che il pm ha chiesto di acquisire, che contengono in generale i motivi della scelta di collaborare con la Giustizia. Ma contengono anche, come emerso dai vari interventi degli avvocati difensori, anche questioni che vanno ben oltre la tematica del pentimento. Sul punto l’avvocato Corrado Politi, che difende Martino Politi (l’uomo di fiducia di Matacena) è stato categorico, nessun ostruzionismo sulle parti riguardanti la scelta di collaborare con la Giustizia, no però alle parti che riguardano l’unitarietà della ‘ndrangheta: “Su genesi della collaborazione non c’è nessuna opposizione, sul tema della mafia come fenomeno unitario sì”. L’acquisizione dei verbali consentirebbe all’accusa di fare entrare nel dibattimento le dichiarazioni del collaboratore risparmiando tutto il tempo che è necessario, almeno tre udienze piene ha “avvertito” Lombardo, a fargliele ripetere a voce in aula.
Il pm ha ricordato anche di aver messo a disposizione delle difese, dieci giorni fa, un verbale di interrogatorio del collaboratore: «Fiume – ha sottolineato il pm spiegando l’importanza per l’accusa di acquisire quelle dichiarazioni – ricollega un soggetto che per noi è centrale in questa vicenda processuale alla figura di Giuseppe De Stefano e di Domenico Condello». Preso atto che non c’è il consenso al deposito dei verbali, il presidente ha deciso che i collaboratori saranno sentiti uno per volta, visto che ogni testimonianza porterà via presumibilmente l’intera giornata. Fiume sarà sentito il 28 novembre, in aula bunker, vista la richiesta dello stesso collaboratore di giustizia di rendere testimonianza di persona in aula, e non tramite videoconferenza. Richiesta che il presidente ha accolto, dopo avere sentito il parere, favorevole, del pm. Fuori programma, invece, l’ulteriore affermazione del collaboratore, il quale è sbottato, interrotto a fatica dal presidente: «Per quanto riguarda la genesi… andare a scavare… una storia che mi ha mortificato… non sono nato per fare l’assassino».

L’udienza, quindi, è proseguita con la testimonianza di Paolo Costantini, ex ufficiale dei servizi segreti, che ha narrato alcune vicende accadute negli Emirati Arabi Uniti, dove lui ha prestato servizio all’ambasciata italiana, dividendosi tra Dubai e la capitale Abu Dhabi, prima di fare ritorno in Italia, per poi congedarsi.
Preliminarmente alla sua testimonianza le difese hanno eccepito la violazione del diritto di difesa in considerazione dell’avvenuto deposito da parte del pm del verbale contenente le dichiarazioni del teste con parti omissate la cui correlazione logica rispetto a quelle non omissate appare evidente. Il pm sul punto ha osservato che il pubblico ministero ha tutta la facoltà di depositare atti coperti da omissis ed è l’unico in grado di valutare le esigenze che consentono questo tipo di operazione soprattutto quando ci sono indagini ancora in corso. Lombardo ha ricordato che Paolo Costantini, ufficiale della Guardia di Finanza, era ufficiale dell’Aise (il servizio segreto militare) negli Emirati Arabi.
«Oltre al profilo di natura generale che riguarda le prerogative del pubblico ministero nel valutare le esigenze di indagine ancora presenti – ha argomento il pm – vi sono una serie di profili che ruotano intorno al ruolo e alle conoscenze del Costantini quale alto ufficiale dei nostri servizi di sicurezza».
In particolare, Costantini, oggi libero professionista, ha raccontato un episodio accaduto dopo l’arresto di Amedeo Matacena, bloccato in aeroporto a Dubai nell’agosto 2013 dalla polizia degli Emirati, in quanto sul suo capo pendeva un mandato di cattura dell’Interpol conseguente alla condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. Il racconto di Costantini si è soffermato su una telefonata che sostiene di avere ricevuto da parte dell’ambasciatore italiano negli Emirati, Giorgio Starace, suo superiore gerarchico.

«Era un venerdì – ha ricordato il teste – giorno festivo nel mondo arabo, mi telefona l’ambasciatore Starace, sul cellulare, il quale con un po’ di veemenza mi dice “ma è mai possibile che io devo venire a sapere dai giornali dell’arresto di un onorevole italiano?”. Gli dico – prosegue il racconto di Costantini – “a cosa si riferisce?” Mi disse “Ho saputo dai giornali, mentre doveva essere lei a riferirmelo, che è stato arrestato l’onorevole Matacena a Dubai. Io devo assolutamente sapere dove si trova e come viene trattato”. La cosa mi lascia particolarmente perplesso e manifesto la mia perplessità all’ambasciatore, perché l’ex onorevole Matacena era stato colpito da un ordine di rintraccio dell’Interpol perché aveva una sentenza passata in giudicato, quindi dico all’ambasciatore “ambasciatore il mio dovere è quello di fare in modo che l’ex onorevole Matacena venga assicurato alla giustizia italiana nel minor tempo possibile e non mi devo curare che sia in determinate condizioni di detenzione, è un problema che non mi riguarda”. L’ambasciatore insistette per la mia collaborazione affinché io mi interessassi presso gli organi di polizia per sapere se era detenuto, se era in regime di semilibertà, se era in una cella anziché in una stanza d’albergo, e io non feci assolutamente nulla di tutto questo».

La telefonata è stata oggetto del fuoco di fila delle domande da parte delle difese. Il testimone ha spiegato che è normale, quando viene arrestato un italiano all’estero, l’interessamento dell’ambasciata. Costantini ha detto che l’intervento dell’ambasciata è un fatto doveroso, ad esempio, per i turisti italiani che vengono arrestati perché magari violano senza neanche saperlo, la legge coranica, perché ad esempio bevono una bottiglia di birra in pubblico. L’ambasciata in quei casi viene avvertita dalla polizia locale, e presta aiuto ai connazionali per far loro ottenere assistenza legale, un interprete, anche visite in carcere per sincerarsi che vengano trattati bene. Costantini ha sostenuto che, invece, nel caso Matacena, in quanto latitante, non v’era ragione di essere seguito dall’ambasciata. Su questo punto, l’avvocato Bonaventura Candido gli ha domandato se era mai accaduto, prima di allora che venisse fermato, negli Emirati Arabi Uniti, un altro ex deputato della Repubblica Italiana. “No”, la risposta di Costantini.
Quando il pm gli ha domandato se Matacena avesse contatti negli Emirati, Costantini ha risposto: «Non ho mai pensato che dietro la persona di Matacena si potessero celare chissà quali disegni, del resto le mie prerogative investigative riguardavano ben altri settori, la nostra intelligence è votata in certi Paesi a determinati ambiti, e non alla verifica di attività di determinati personaggi che si muovono in quei territori». Secondo l’ipotesi accusatoria, vi sarebbe stato un piano per trasferire Matacena dagli Emirati al Libano. Secondo le difese, invece, Matacena stava bene lì dove stava, e non avrebbe avuto nessun motivo per volersi o doversi spostare. Su questo punto Costantini ha spiegato che, quanto all’estradizione, vige il rapporto di reciprocità tra Emirati e Italia. Per il reato di associazione di tipo mafioso (Matacena è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) «non c’è reciprocità, infatti – ha detto Costantini durante la testimonianza – il posto migliore dove svernare sono proprio gli Emirati, difficilmente la concedono (l’estradizione ndr), e lo fanno solo per reati di terrorismo, armi e stupefacenti, e la concedono più favorevolmente a inglesi e americani che agli altri Paesi». Ancora, sollecitato dai difensori, ha risposto che Matacena, dopo essere stato scarcerato, da allora vive in stato di libertà negli Emirati.

Successivamente Costantini ha riferito di avere saputo, non ricorda da chi, della presenza di Vincenzo Speziali (l’imprenditore catanzarese indagato anch’egli nel processo perché secondo l’accusa sarebbe stato il punto di riferimento in Libano per consentire il trasferimento di Matacena a Beirut) nell’ambasciata italiana negli Emirati, in un periodo ricompreso tra agosto e settembre 2013. Forse, ha spiegato, gli fu riferito da un carabiniere, uno dei militari dell’Arma che prestavano servizio al corpo di guardia dell’ambasciata, perché lui era solito informarsi, anche per il suo ruolo, di chi aveva fatto ingresso durante la giornata in ambasciata. Costantini ha anche spiegato che vi sono due accessi, uno pedonale ed uno carraio. Chi entra a piedi viene registrato, la presenza di Speziali quindi sarebbe stata annotata dal militare che gli avrebbe dovuto chiedere di esibire un documento, e proprio per questo Costantini ritiene che forse fu proprio un carabiniere a riferirglielo. Se fosse entrato dal passo carraio, magari in auto insieme a qualche componente dell’ambasciata, la sua entrata non sarebbe stata registrata.
Le domande delle difese, su questo punto, si sono concentrate per dimostrare che se Speziali fosse entrato dall’accesso pedonale, quindi controllato da un Carabiniere, la sua presenza avrebbe dovuto essere annotata sul registro dei visitatori; se invece fosse entrato a bordo di un’auto dal passo carraio, quindi se per ipotesi non fosse stata annotata in nessun registro la sua presenza, in tal caso però non vi sarebbe stato neanche alcun carabiniere che avrebbe controllato i documenti di Speziali.

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