sabato 22 luglio 2017 16:50
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Arcigay “I Due Mari”: il j’accuse di un tesserato

Reggio Calabria. Nella foto a sinistra la sede dell’Osservatorio Provinciale per l’analisi dei fenomeni di discriminazione e violenza omofobica e transfobica, che fungeva anche da sede e sportello legale del comitato Arcigay I Due Mari di Reggio Calabria, com’era alla fine del 2013, con una bella vetrina, la bandiera rainbow, gli opuscoli, le riviste e i profilattici. A destra la sede un anno dopo, sporca, dismessa, definitivamente chiusa.
Un aneddoto: da quella bella, ricca vetrina, l’attuale presidente de I Due Mari volle si togliesse la bandiera perché (a suo dire) non si vedeva l’interno e la gente avrebbe potuto pensare chissà cosa di quello che accadeva all’interno. Non capisco se sia la sua educazione altoborghese o solo una buona dose di paranoia (o tutte e due insieme) a farlo sragionare, ma questi rigurgiti di perbenismo sono intollerabili: se la gente nel suo pregiudizio pensa chissà cosa, beh, pazienza… limite loro, non difetto del comitato.
Fatto: per motivi mai chiariti il direttivo del comitato I Due Mari ha abbandonato due anni fa la sala riunioni della chiesa valdese (sede originaria, centralissima) e non ha voluto più farvi ritorno. I suoi membri sono arrivati a fare le riunioni in gelateria e persino (spesso) nel salotto di casa dell’attuale presidente: riunioni di solo direttivo, che sottolineano il carattere feudale (o peggio, da cupola mafiosa) dell’Arcigay reggina.
Purtroppo oltre alla sede mancano anche un numero di sicura reperibilità, un recapito per le emergenze, figure affidabili e sempre presenti di avvocati o psicologi cui rivolgersi. Io vivo tra il popolo LGBT reggino e sento spesso lamentele nei confronti del presidente e del direttivo de I Due Mari, le stesse che farei io. Sento inoltre, dalle loro bocche, che molti tesserati stanno chiedendo il rinnovo altrove e mi viene il sospetto che la mia insoddisfazione sia condivisa.
Fatto: in 7 anni di attività si sono visti pochissimi banchetti sul Corso Garibaldi. Pochi anche alle serate drag queen, e ormai da tempo nemmeno là. Ogni tanto i membri del direttivo prendono bandiere, volantini, banchetto e si piazzano a un convegno o a una conferenza stampa, ma niente più.
Fatto: tra il 2013 e il 2014 sembrava che le cose cominciassero davvero a cambiare. Innegabile è stato in quell’anno il successo del primo Gay Pride calabrese. A fine serata l’attuale presidente de I Due Mari dichiarò che c’erano 10.000 persone, la Questura parlava di oltre 4.000, leggendo tra le righe direi che la cifra esatta sia stata intorno a 6.000. Ottimo risultato: mi aspettavo poche centinaia, un migliaio al massimo.
I Due Mari stava diventando un bel comitato, prometteva rinascita per la comunità LGBT reggina. Ma era guidato, e lo è ancora, da un presidente che divide anziché unire. Un presidente che offende e cavilla, che favorisce chi lo danneggia e insulta chi lo favorisce. Un presidente che si abbocca con le istituzioni, che incontra il sindaco, gli assessori, persino l’arcivescovo, ma ignora la base. Da qui il crollo. La disaffezione. La fine. La base migra verso altri comitati, più attenti e disponibili, ma di questa emorragia l’attuale presidente de I Due Mari sembra non curarsi. Negli anni ha preferito allontanare sistematicamente quei membri che godevano della stima e della fiducia di tutti (e che forse gli rubavano il ruolo di primadonna) per circondarsi di persone fedeli a lui soltanto. Inoltre l’Arcigay I Due Mari, continuando un atteggiamento anni ‘50, glissa sul coming out, il vero nucleo, a mio avviso (ma era anche l’idea vincente di Milk, se non ricordo male), di qualunque iniziativa per mostrare alla gente, e soprattutto a realtà come Reggio Calabria, di fatto un grosso paese atteggiato con arroganza a città, che esiste una comunità gay numerosa e inserita nel tessuto sociale e non “uno squallido giro di invertiti” come si sarebbe scritto, con pregiudizio diffuso, prima di Stonewall.
Non credo di essere un eretico se chiedo, anzi pretendo, a norma di statuto nazionale, che si promuova l’orgoglio e la visibilità così come, al contrario, che non si abbia indulgenza clericale nei confronti di quanti vorrebbero cristallizzare le cose in un modello tutto vergogna, riservatezza e rassegnazione. Mi è capitato di sentire durante una riunione un associato sostenere che fosse necessario fare la serata celebrativa per il compleanno de I Due Mari in un luogo riservato, un remoto locale di periferia, per permettere ai non dichiarati di accedervi senza problemi. Tutto ciò mi sembra contraddittorio, come se un’associazione antimafia si ispirasse e si lasciasse guidare da commercianti che pagano regolarmente il pizzo per stare tranquilli e che per di più consigliano agli altri di fare lo stesso. Una contraddizione in termini. E mi chiedo: se i criptogay reggini vogliono continuare a vivere nell’ombra, perché si avvicinano all’Arcigay? Certo, criptogay che si atteggiano ad attivisti dell’Arcigay sa molto di contraddizione concettuale, oltre che di caso clinico.
Fatto: il direttivo attuale è costituito da ragazzini di vent’anni che non hanno, al di là di ogni buona volontà, alcuna preparazione di attivismo associazionistico. E a dispetto di quanto va millantando nei congressi o con la stampa il suo attuale presidente, qui a Reggio Calabria il comitato Arcigay non va “a gonfie vele”. Gli possono credere solo fuori città, dove nessuno può toccare con mano e verificare. Qui no. A Reggio Calabria c’è persino chi ignora l’esistenza di un comitato Arcigay, ma, d’altra parte, come spiegare che il comitato c’è, ma che di fatto esiste solo sulla carta?
Fatto: in questo clima di grigiore sovietico solo un piccolo gruppo di volenterose drag queen si impegnano a portare la cultura gay a contatto con la gente, gay e no, proponendo una presenza capillare nelle pizzerie, nelle discoteche e, soprattutto, nelle feste familiari. Lo fanno dal palco e lo fanno nella vita privata. Molti le conoscono anche senza trucco e parrucche, quindi chi ha bisogno di un consiglio, di un appoggio, di un indirizzo si rivolge a loro. Lo fanno senza cariche ufficiali, senza opuscoli, senza bandiere, solo con tanta buona volontà. Lo fanno con i loro profili FB maschili e femminili, con i loro numeri di telefono privati. Soprattutto, lo fanno sempre. Forse c’è qualcosa di sbagliato nelle relazioni interpersonali tra il presidente, il suo direttivo e la gente. Forse il limite è proprio questa mentalità borghese che pervade I Due Mari, l’idea di mostrarsi in pubblico come se l’associazione fosse una famiglia unita, felice e solidale anche quando all’interno si nascondono le verità più sgradevoli. Nel concreto, invece, I Due Mari è un comitato Arcigay in cui non c’è nessuno disposto a pestare i piedi, a incatenarsi, a rischiare una denuncia o passare una notte in caserma.
Reggio Calabria è una città profondamente conservatrice, e l’Arcigay I Due Mari ne è la proiezione: attivisti di estrazione cattolica, borghese, salottiera, moderata, niente componente rivoluzionaria, niente contributo di personalità che vogliono veramente battersi a muso duro, assenza quasi totale di una componente di sinistra per allontanare una certa atmosfera di buonismo che fa molto opera pia o circolo bocciofilo. E quando la componente di sinistra (io non lo sono, ma ne auspicavo comunque la presenza) c’è stata, siamo andati di male in peggio: estremisti legati al circuito dei centri sociali con i quali era impossibile avere dialogo, esaltati che stigmatizzavano come fascista chiunque non la pensasse come loro.
Resta il fatto che a Reggio Calabria, nel 2017, non c’è un bar gay, un cinema gay, una discoteca gay. Una volta lo stesso presidente de I Due Mari (quando ancora parlava con me) affermò che Reggio Calabria “non è pronta per un locale gay, caso mai per una sauna”. E sento di nuovo odore di “battuage”. Ma quando lo sarà se il presidente di Arcigay, e il suo direttivo, non spronano le persone a venire allo scoperto? La verità è che Reggio Calabria è rimasta all’età del “battuage”, nient’altro. Il dogma incrollabile tra i gay reggini è vivere nell’ombra, con riservatezza, da insospettabili. Per questo (ed io che sono la memoria storica posso affermarlo serenamente) siamo ancora fermi a quarant’anni fa. Il coming out è ancora un tabù assoluto nella comunità LGBT reggina, e l’Arcigay I Due Mari non hai mai preso iniziative concrete per cambiare questo stato di cose. Si preferisce glissare, adeguarsi e non disturbare.
Fatto: Non c’è più una sede, “A che ci serve una sede?” ho sentito più volte affermare l’attuale (e ahimè riconfermato) presidente. Si è passati da qualche riunione ogni tanto, cui non partecipava più nessuno, a riunioni di solo direttivo nei bar e nelle case private. Deceduto anche il cineforum. Altri comitati organizzano cene sociali, aperitivi d’incontro e riunioni d’ascolto. I Due Mari ha offerto per anni una porta sempre chiusa.
Ingiustificabile, poi, appare l’atteggiamento tenuto da I Due Mari durante le serate organizzate dall’SLK-Senza Limiti Klub in vari locali di Reggio Calabria negli anni tra il 2009 e il 2012. Si trattava di serate costruite intorno a un nucleo di gay “vecchio stile” che preferivano farsi umiliare pur di avere un qualche sfogo sessuale e da una massiccia presenza, anche il 60-70% a volte, di tamarri etero o finti-etero che di giorno hanno fidanzate, mogli e figli perché il contesto socioculturale in cui vivono non consente altro (a volte gridano anche “ricchione” per strada) e di notte vanno a cercare gay al “battuage”. A tutto questo si aggiungeva una componente immancabile d’infiltrati, etero-etero e tutt’altro che friendly, che bazzicavano quelle serate per finalità inesplicabili e non facevano altro che ridacchiare, provocare, insultare e trattare gay, lesbiche, trans e drag queen come fenomeni da baraccone. Si trattava di fatti che accadevano abitualmente, ma alle proteste l’Arcigay I Due Mari è sempre rimasta sorda.
In quegli anni, inoltre, la posizione di monopolio dell’SLK metteva la comunità LGBT reggina di fronte a scelte obbligate: 1) accontentarsi di quello che era loro offerto, 2) farsi un centinaio di chilometri per andare a Catania, Catanzaro o Cosenza, 3) privarsi di qualunque occasione d’incontro e di socializzazione.
Fatto: Durante l’ultima stagione SLK a Reggio Calabria, le travestite furono aggredite (tentativo di pestaggio) già alla terza serata, mentre gli insulti e le provocazioni (come sempre) erano cominciati dalla prima. Non credo che per scagionarsi fosse sufficiente sostenere (come ha sempre fatto il presidente de I Due Mari) che nessuno aveva mai fatto una vera e propria denuncia: la situazione era chiarissima e richiedeva, a mio giudizio, una presa di posizione d’ufficio.
Fatto: La promiscuità imposta dall’SLK ha portato negli anni a numerosi episodi di omofobia, alcuni lievi, alcuni gravissimi, perché il contatto che si creava durante le serate, spesso non richiesto e non gradito, istigava i tamarri dei quartieri-ghetto a prendersi confidenze anche fuori dalle serate. Io frequentavo al tempo anche le serate LGBT di Catania, di Catanzaro e di Cosenza, ma cose del genere non ne avevo mai viste. Credo che qualunque altro direttivo Arcigay, di fronte al fatto palese che quelle serate tutto erano tranne che LGBT, avrebbe chiuso il banchetto, raccolto i profilattici e le brochure e se ne sarebbe andato sbattendo la porta. Soprattutto dopo che l’SLK, della cui parola avevamo imparato negli anni a non fidarci, aveva garantito che ci sarebbero stati liste nominative e controlli rigorosi all’ingresso.
Fatto: Il direttivo continuò a mantenere il logo, la denominazione LGBT e il banchetto di rappresentanza. Giustificazione sussiegosa: “Questo ci hanno offerto.” Ergo la convivenza dell’Arcigay I Due Mari con l’SLK è continuata fino quando l’SLK-Senza Limiti Klub non ha cessato di esistere.
La tragedia si è trasformata in farsa poi nell’autunno del 2014, al tempo delle elezioni per il nuovo sindaco di Reggio Calabria. Uno dei candidati era un consanguineo, nonché omonimo (stesso nome, stesso cognome) dell’attuale presidente dell’Arcigay I Due Mari. Un candidato sostenuto da una coalizione di centrodestra di cui facevano parte Forza Italia e il NCD di Angelino Alfano (che giusto in quei giorni aveva palesato il suo pensiero, inviando una circolare con la quale imponeva ai sindaci di non trascrivere i matrimoni gay celebrati all’estero) su cui convergevano anche le simpatie delle frange più conservatrici e bigotte della cittadinanza, quelle vicine a Forza Nuova e alle Sentinelle in Piedi. Situazione molto imbarazzante per il presidente di un comitato Arcigay che proviene da una famiglia di destra, alto borghese, legata a filo doppio con la Curia, e che bazzica egli stesso i CVX. Detto dalla sua bocca, in preparazione del Gay Pride calabrese del luglio 2014, l’attuale presidente dell’Arcigay I Due Mari avrebbe personalmente rassicurato l’arcivescovo di Reggio Calabria che non sarebbe stata una “carnevalata”. A me che un comitato Arcigay chieda il benestare dell’arcivescovo per fare un Gay Pride e che lo organizzi “sobrio” per compiacere il mondo cattolico e la Curia non lo tollero. E’ come scusarsi, è come chiedere permesso con il cappello in mano.
Per tutto il periodo della campagna elettorale, l’attuale presidente dell’Arcigay I Due Mari mantenne un basso profilo. Strana coincidenza. Verrebbe da pensare che il fatto stesso che un aspirante sindaco di centrodestra fosse associato (seppur per omonimia e consanguineità) all’Arcigay e alle sue battaglie potesse risultare sconveniente, potesse persino sottrarre preferenze. Nemmeno quando le Sentinelle in Piedi si radunarono in Piazza Italia, come preannunciato da un loro delirante proclama, ci fu un intervento a muso duro del comitato Arcigay reggino e del suo presidente, ma solo qualche blanda, garbata protesta da parte degli attivisti più giovani. Inoltre, con incredibile sfacciataggine, l’attuale presidente de I Due Mari si attivò per procacciare voti (proprio nel mondo LGBT) per questo suo consanguineo nonché omonimo, anche se la coalizione che lo sosteneva non si poteva certo definire “gay friendly”, anzi era strettamente legata al mondo cattolico, alla Curia reggina e all’ex governatore Scopelliti, famoso per le sue esternazioni omofobe malamente giustificate e malamente ritrattate. Certo, raccogliere voti per un proprio consanguineo non è un delitto. Ma raccoglierli per un candidato le cui convinzioni appaiono difficilmente conciliabili con gli interessi della comunità LGBT mi sembra perlomeno “incongruo con il suo mandato”. Non sarebbe stato più opportuno se l’attuale presidente dell’Arcigay I Due Mari lo avesse fatto “a titolo personale”, cioè dopo essersi dimesso dalla sua carica?
Più volte negli anni ho sentito il presidente dell’Arcigay I Due Mari lamentarsi di aver donato tanto e ricevuto poco da gente che non merita i suoi sforzi. Sembra però che questa carica (alla quale, con indubbio dispiacere, si è fatto rieleggere nel 2015) e la gestione di una realtà complessa come Reggio Calabria siano oltre le sue capacità.
Più volte ho riferito al Cassero questo stato di cose. Ma non ho mai ricevuto risposta. Eppure di fronte a una dettagliata segnalazione una parola da Bologna mi sembrerebbe opportuna. Verrebbe da pensare che persino l’Arcigay nazionale preferisca ignorare il malfunzionamento dei suoi comitati pur di mantenerne la presenza sul territorio. Per questo da anni chiedo, e lo chiedo a gran voce, un intervento per accertare il reale stato del comitato I Due Mari. Persino per commissariarlo, se ce ne fossero le condizioni.
Ho aspettato trent’anni che a Reggio Calabria ci fosse un’Arcigay, non mi va di vederla infestata e corrotta dalla stessa tipologia di persone, in alcuni casi nominalmente dalle stesse persone, che per trent’anni hanno impedito che nascesse. No, proprio non mi va…

Franco Occhiuto (SAMAROBRYN)
Tesserato Arcigay

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