sabato 21 aprile 2018 15:09
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Giustizia martello

La Cassazione annulla con rinvio una condanna inflitta dalla Corte d’Assise di Appello di Reggio Calabria

Roma. La Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione ha annullato, con rinvio ad altra Sezione della Corte d’Assise di Appello di Reggio Calabria, la condanna a sei anni e mezzo inflitta nel mese di marzo 2014 a B.Z., cittadino rumeno accusato dalla DDA di Reggio Calabria di gravissimi reati quali la tratta e la riduzione in schiavitù di due cittadine rumene F.T. e S.M., nonché induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione delle medesime.
L’uomo era stato tratto in arresto a Rosarno il 14 gennaio 2011 e condannato dalla Corte d’Assise di Palmi nel luglio 2013 alla pena di anni 13 di reclusione. La Corte d’Assise di Appello di Reggio Calabria, il 6 marzo 2014, accogliendo solo in parte l’appello proposto nell’interesse di B.Z. dall’Avv. Francesco Sorace, riduceva la pena ad anni 6 e mesi 6 di reclusione e lo assolveva dai reati di tratta (il traffico di esseri umani) e riduzione in schiavitù delle due persone offese F.T. e S.M.
La Suprema Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso discusso dall’Avv. Francesco Sorace all’udienza pubblica dell’8 gennaio scorso e valorizzando le identiche richieste formulate dal sostituto procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta, ha annullato con rinvio la sentenza di condanna a 6 anni e mezzo emessa della Corte d’Assise di Appello di Reggio Calabria.
Il processo di appello, pertanto, dovrà essere rifatto nel rispetto di tutti i paletti che la Terza Sezione Penale prescriverà nella motivazione che sarà depositata nelle prossime settimane.
Una grande soddisfazione per B.Z. ed il suo difensore, giacché nei due processi celebrati dinanzi alle Corti di Assise di primo e di secondo grado, le dichiarazioni che le due persone offese F.T. e S.M. (divenute irreperibili) avevano reso dinanzi alla Polizia Giudiziaria prima dell’inizio del processo, erano state acquisite ed utilizzate contro l’imputato in violazione dei principi sanciti dagli articoli 512 e 526 del codice di procedura penale e dall’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

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